Antropologia e pensiero libertario – Le zone morte dell’immaginario (di Andrea Staid)

A distanza di pochi mesi dall’intervista fatta a David Graeber per le pagine di questa rubrica, torno a parlare del suo lavoro di riflessione politica e antropologica. La traduzione, in un solo anno (2012), di ben quattro saggi di antropologia scritti dallo stesso autore, è un evento raro e forse unico nel panorama editoriale italiano. (Critica della democrazia occidentale, Il Debito, La rivoluzione che viene, Rivoluzione, istruzioni per l’uso). David Graeber si sta in effetti imponendo sulla scena internazionale come uno degli antropologi di riferimento, (González Díez 2013)un riferimento pericoloso per gli studi accademici classici e per i ben pensanti dei dipartimenti. I suoi scritti infatti sono sempre estremamente lucidi e critici nei confronti della società del dominio.
Da poche settimane è uscito in Italia un nuovo saggio particolarmente interessante per la sua originalità tematica, dal titolo Oltre il potere e la burocrazia(elèuthera, 2013). Nella prima parte del saggio Graeber affronta da un punto di vista antropologico le zone morte dell’immaginario create dalla burocrazia per poi proseguire con un saggio interpretativo che esplora le forme dell’azione diretta, che si sono affermate negli ultimi quindici anni in Nord America, e le mobilitazioni di massa organizzate dal cosiddetto movimento anti-globalizzazione, insieme alla guerra delle immagini che le hanno accompagnate.
Nella prima parte del testo con una scrittura chiara e coinvolgente chiarisce come utilizzando tanti piccoli divieti, ovvero perpetuando quotidianamente tanti piccoli atti che violano la libertà individuale il dominio riesce ad anestetizzare il nostro immaginario e la voglia di vivere senza imposizioni. Graeber nelle prime pagine chiarisce subito cosa intende quando parla di questi micro atti violenti quotidiani. Per “violenza“ non intendo qui quegli atti occasionali e spettacolari che ci vengono in mente non appena viene evocata questa parola, quanto piuttosto quelle forme noiose, monotone e onnipresenti di violenza strutturale che definiscono le condizioni stesse della nostra esistenza; quelle minacce, più o meno velate, di uso della forza fisica contenute nelle norme che determinano dove è possibile sedersi, stare in piedi, mangiare o bere nei parchi e negli altri spazi pubblici, fino alle minacce, alle intimidazioni fisiche o alle aggressioni che puntellano l’imposizione di tacite norme di genere. Tanti piccoli divieti che nel complesso ci abituano all’obbedienza e ci portano a creare dei veri spazi morti nel nostro immaginario. Ma non solo, l’ipertrofia burocratica che attanaglia molte società occidentali, è una forma di semplificazione e, insieme, di impoverimento estremo della realtà sociale.
L’imposizione di una burocrazia asfissiante si radica in primo luogo nell’incapacità (o non volontà) di chi sta al potere di impegnarsi in quello che Graeber chiama “lavoro interpretativo“ – è ciò che, nella vulgata mediatica, si definisce il “distacco“ della politica dalla realtà. Si tratta di una situazione niente affatto inedita nella storia occidentale. Dallo schiavismo, al razzismo, al sessismo, fino all’attuale “ossessione burocratica“, è avvenuto spesso che chi sta ai vertici delle catene del comando non sia per nulla interessato a cogliere il punto di vista dei dominati. Sono stati al contrario gli schiavi, le donne oppresse da sistemi patriarcali, le minoranze etniche discriminate a cercare di “capire“ i dominanti e i loro punti di vista, e non viceversa. Un’immagine estremamente miope del dominio troppo impegnato a gestire i suoi privilegi per poter interpretare il mutamento sociale.
In passato in pochi si sono occupati della violenza strutturale della burocrazia, soprattutto in campo antropologico. La ricerca antropologica si è chiesta non tanto perché la burocrazia produce assurdità, ma perché la gente ritiene “normale“ tale assurdità. Graeber invece va oltre e mette in discussione tutte le forme burocratiche di organizzazione sociale – dagli ospizi per anziani alle forze di polizia – rilevando come in ultima istanza la loro legittimità si basi sempre sulla minaccia della forza. Questo testo esplora quindi alcuni ambiti della vita umana che mettono a disagio gli antropologi e i ricercatori sociali in generale, ovvero quegli ambiti esistenziali, resi possibili dalla violenza, che sono caratterizzati dalla rigidità, dalla cialtroneria, dalla smemoratezza e dalla totale stupidità.
In questa indagine cha va dalle piazze in fiamme per la protesta sociale agli uffici asettici delle corporazioni burocratiche Graeber, antropologo e attivista, si interroga sulle dinamiche istituzionali, dandoci una sua interpretazione dell’immaginario contemporaneo e degli spazi morti in cui si annida l’insensatezza burocratica. Ci dona una riflessione completa, che parte dalla cieca applicazione di procedure standardizzate, in cui la minaccia della forza è latente e remota, per arrivare al vivo delle manifestazioni di piazza, in cui il ricorso alla violenza è esibito e immediato. Ci parla del Black Bloc che spacca e incendia i simboli del dominio capitalista, affermando che forse sono gli ultimi eredi di una tradizione artistico-rivoluzionaria che passa per i dadaisti, i surrealisti e i situazionisti, una tradizione che cerca di mettere il capitalismo di fronte alle sue contraddizioni per rivolgergli contro le sue stesse forze distruttive. E poi analizza la protesta immaginifica dei mega-pupazzi e del travestimento grottesco, l’irrisione del potere attraverso delle sculture plastiche trasportabili durante i cortei, che dal suo punto di vista hanno creato maggiore attenzione da parte delle forze repressive rispetto al blocco nero che è più facilmente attaccabile, soprattutto da un punto di vista mediatico e repressivo.
Questi movimenti sociali e di lotta sono sicuramente interessanti per degli attenti ricercatori sociali, sono fondamentali per capire il mutamento sociale e le possibilità che ci troviamo di fronte, per vivere e agire contro il dominio, senza rinunciare alla possibilità di immaginare una realtà diversa da quella opprimente che ci viene venduta come l’unica possibile dai potenti della terra. Questi movimenti, queste possibilità appaiono sfocate allo sguardo miope delle istituzioni coercitive, appaiono come insignificanti o al massimo come qualcosa da contenere e reprimere. Una repressione dai mille volti che porta la maggior parte delle persone a una strutturale incapacità immaginativa che condiziona l’intera organizzazione sociale, creando zone morte in cui trionfano l’ignoranza e la stupidità.

Andrea Staid
andreastaid@gmail.com

 

(Fonte: http://www.anarca-bolo.ch)

.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *