Diritti umani – La storia di Anthony Graves (di Marco Cinque)

La storia di Anthony Graves, liberato dopo 18 anni passati nel famigerato braccio della morte di Livingston, in Texas.Nel 1992 Anthony Graves era un uomo felice, nel pieno dei suoi 29 anni, con moglie, tre figli e una vita tranquilla; ma viveva nel Texas, il paese più forcaiolo degli Stati Uniti e la sua pelle purtroppo per lui era nera, come quella di coloro che, percentualmente, finiscono più facilmente in galera e nel braccio della morte.
Il 18 agosto di quell’anno, un giorno che Graves non dimenticherà mai, un agente di polizia penitenziaria, Robert Carter, si macchiò di un’orrenda strage, massacrando ben sei persone: Bobbie Davis, una donna di 45 anni, la figlia sedicenne di lei e quattro bambini, tra cui anche il figlio di appena quattro anni dello stesso Carter.
Si pensò che l’omicida, reo confesso, non avesse compiuto da solo quel crimine, così iniziò il solito gioco al massacro fatto di minacce, ritorsioni e false promesse per riuscire a far sputare fuori almeno un nome. La polizia texana era molto abile in questo gioco e, alla fine, Carter confessò che Anthony Graves sarebbe stato il suo complice.
Di colpo la vita di Graves precipitò in un baratro senza fondo e iniziò a sperimentare sulla sua pelle gli ingranaggi della macchina giudiziaria texana. La pubblica accusa, nella persona di Charles Sabasta, prese talmente a cuore il caso che cercò, inventò e creò quanti più indizi di colpevolezza possibile. Dove prima non c’erano prove, nelle mani di Sabasta queste germogliavano come per incanto, mentre tutto ciò che poteva essere utile alla difesa di Graves fu ignorato, cancellato, spazzato via.
Durante il processo, Yolanda Mathis, una donna che rappresentava l’alibi di ferro per Carter, che poteva tranquillamente scagionarlo testimoniando in suo favore, fu vista da più di una persona fuggire terrorizzata e in lacrime dal tribunale, subito dopo che la pubblica accusa si era appartata con lei per minacciarla di coinvolgerla come parte attiva nel crimine compiuto da Carter. Da quel giorno la donna non mise più piede nel tribunale ed Anthony Graves restò solo, invischiato nella tela tessuta da Sabasta e a cui si prestarono volentieri svariati agenti di polizia, che giurarono e spergiurarono ad uso e consumo dell’accusa.
Non ci fu niente da fare, la sentenza del 1994 era già scritta e la parola pronunciata all’unisono dalla giuria fu: «colpevole!». Per Graves si spalancarono le porte dell’inferno, fu strappato via alla sua famiglia e scaraventato in un luogo dove si muore un’infinità di volte prima di morire realmente, nella Polunsky Unit di Livingston, il famigerato braccio della morte texano.
Anche il peggior criminale però, quando si rende conto di non aver più nulla da perdere, inizia a fare i conti con la propria coscienza. Carter infatti ritrattò, facendo una dichiarazione giurata in cui scagionava completamente Graves. Persino sul lettino di morte, con l’ago già infilato nel braccio, Carter ribadì l’innocenza di Graves ed esalò l’ultimo respiro, il 31 maggio del ‘2000.
Anthony Graves ha visto la morte passargli accanto, ha sentito il suo fiato velenoso appestare i lunghi anni passati dentro, ha iniziato il conto alla rovescia della sua non-vita. Poi, come d’incanto, qualcosa di colpo cambiò. Qualcosa d’imprevedibile e impensabile si materializzò nella professoressa Nicole Casarez, dell’Università St. Thomas e nei suoi studenti di giornalismo. Presero a cuore il suo caso e studiarono a fondo gli atti processuali, assieme ad ogni altra possibile informazione, arrivando ad una convinzione: «Abbiamo letto ogni pagina inerente al caso» affermò la studentessa Meghan Foley «e nessuna pone Graves sulla scena del delitto. Non ci sono prove fisiche a carico di Anthony. Nessuno lo vide lì».
Il lavoro svolto da Nicole e dai suoi studenti fu prezioso e concreto, non mollarono fino a quando, nel 2006, la Corte Federale d’Appello del Quinto Circuito annullò il processo a causa delle gravi irregolarità e degli spergiuri commessi dall’accusatore Charles Sabasta e dalla sua cricca.
Non contento, Sabasta offrì una condanna all’ergastolo a Graves in cambio di una sua ammissione di colpevolezza. «Come avrei potuto accettare una condanna a vita sapendo che ero innocente?» dichiarò Graves «Non potevo tradire la mia famiglia presentandomi al giudice per dichiararmi colpevole di qualcosa che non ho fatto. Occorre pur battersi per qualche ideale in questo mondo».
Lo Stato del Texas, nonostante la sentenza di annullamento del processo, è riuscito a tenere Graves in prigione per altri quattro anni, finché Kelly Siegler, nuova esponente della pubblica accusa non rivelò: «Charles Sebasta ha condotto questo caso in un modo che si può ben definire un incubo del sistema di giustizia criminale. Ciò che avvenne nel processo di Anthony Graves, fu una parodia».
Finalmente, il 27 ottobre di quest’anno, Anthony Graves si è aggiunto alla schiera dei 138 ex condannati a morte riconosciuti innocenti e liberati, da quando nel 1976 gli Stati Uniti hanno ripristinato la pena di morte.
Appena Graves è stato liberato, il governatore texano Rick Perry ha dichiarato che questa vicenda «rappresenta un ottimo esempio di come il sistema funziona». Ma la realtà ci dice l’esatto contrario, e cioè che Graves si è salvato per il rotto della cuffia solo grazie all’aiuto ricevuto da persone che nulla avevano a che fare con le istituzioni governative e giudiziarie.
In Italia la storia di Graves è praticamente sconosciuta, si sono occupati del suo caso soprattutto Bianca Cerri assieme al piccolo e operoso Comitato Paul Rougeau.
Adesso Anthony ha 45 anni e pensa a una nuova vita. Appena libero ha dichiarato: «Devo crearmi un mio futuro, facendo qualcosa di positivo. Questo è ancora un momento surreale per me. Mi sono sforzato di capire cosa sto provando ma non ci sono ancora riuscito. Ho percorso il mio inferno personale per 18 anni e ne sono uscito fuori da un solo giorno. Comunque pensate di descrivere l’inferno, così è il braccio della morte. Non c’è da aggiungere nulla».

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