FinePenaMai: sguardi nel buio (di Marco Cinque)

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Assieme ad Alberto Ramundo, presidente della Cooperativa l’Officina (impegnata in iniziative culturali sui diritti umani nel territorio marchigiano, in particolare con progetti di scrittura creativa nelle carceri, pubblicazione di libri scritti da autrici e autori detenuti ed incontri multimediali realizzati nel vivo del tessuto sociale), iniziamo a lavorare su “FinePenaMai – sguardi nel buio”, un progetto che entra nelle prigioni attraverso i linguaggi della poesia, della fotografia, della drammatizzazione e della musica, cercando di cogliere quelle voci prigioniere, troppo spesso taciute o dimenticate, per restituirle poi al mondo esterno. A quel mondo che in realtà non ammette di essere parte in causa del suo stesso fallimento politico, istituzionale, giuridico, culturale e sociale riguardo alle disastrose politiche carcerarie, così distanti persino da molti principi costituzionali.
Lungo la strada che ci porta a visitare i detenuti e le detenute dei penitenziari di Pesaro e quello di massima sicurezza di Fossombrone, ci intratteniamo per qualche battuta con l’addetto al rifornimento di carburante presso una stazione di servizio: “Questi mangiano, bevono e dormono gratis a nostre spese” – ci dice il giovane benzinaio – “e noi li manteniamo come se stessero in albergo”. Forse è ciò che pensa anche una buona parte dei cittadini onesti di questo paese, ma se il carcere si limita ad essere soltanto un luogo di punizione ed espiazione, dove si separano le persone “cattive” da quelle perbene, la sua funzione sarà paragonabile a quella di una discarica per rifiuti umani, costosi, inutili e dannosi.
Finalmente arriviamo nel carcere di Pesaro, con l’attrezzatura fotografica e un permesso concessoci dalla direttrice dell’area pedagogica, dott.ssa Erichetta Vilella, che sostiene con entusiasmo il nostro progetto. Non possiamo però ritrarre le persone detenute in modo che siano riconoscibili, così l’idea è quella di raccontare, attraverso i dettagli, la “vita” all’interno del penitenziario: occhi, mani, tatuaggi, oggetti quotidiani, diventano il percorso narrativo attraverso cui vedere e ascoltare, per poi restituire all’esterno i messaggi di quell’umanità separata, relegata al silenzio, costretta al proprio buio. Cerchiamo quindi di vedere oltre la sorda facilità della rabbia, figlia delle immarcescibili logiche dell’occhio per occhio; una rabbia solitamente diretta verso chi ha sbagliato, verso chi commette reati, persino i crimini più odiosi; ma in questo caso i linguaggi dell’arte e della comunicazione ci aiutano in quel processo necessario a riconoscere le nostre responsabilità, il nostro disinteresse, i nostri stessi lati oscuri che ci appartengono ma che ci nascondiamo o fingiamo di non vedere.
Iniziamo con la sezione femminile, quasi tutte ragazze giovani e immigrate. Un piccolo gruppo accetta di partecipare attivamente alle riprese. Con loro c’è un bel feeling, anche perché alcune sono in corrispondenza epistolare con un mio vecchio amico, Fernando Eros Caro, condannato amerindiano di ascendenza yaqui, rinchiuso da 30 anni nel braccio della morte californiano di San Quentin. Le ragazze faticano (e a ragione) a non pensar male del sistema giudiziario italiano, ma quando descrivo loro quello statunitense, con tutte le sue aberrazioni e contraddizioni, capiscono che l’Italia non è proprio l’ultimissima ruota del carro tra i paesi occidentali, in fatto di violazione dei diritti umani nei contesti carcerari. Purtroppo, pensare a qualcuno che sta peggio è solo una magra consolazione, non certo una soluzione.
Poi passiamo alla sezione maschile, molto più nutrita e ben disposta a collaborare. Solitamente, pure se convivono sotto lo stesso tetto, c’è tensione tra detenuti e personale carcerario, ma stavolta siamo fortunati: ci tocca un agente particolarmente disponibile, che ci facilita il lavoro sotto ogni aspetto e si capisce pure che è benvoluto e rispettato dai detenuti. Più che dei singoli casi giudiziari, i prigionieri tengono a farci sapere che i problemi più grandi sono rappresentati dal degrado all’interno del sistema penale italiano. Problemi che rendono un inferno la quotidianità delle prigioni e che spesso i cittadini del mondo libero non conoscono e nemmeno immaginano. Le fotografie che man mano scatto, cercano di mettere a fuoco verità forse più eloquenti ed efficaci di tante parole, di tante spiegazioni: una mano priva di unghie, polsi segnati da cicatrici profonde, sguardi che implorano, chiavi che ci ricordano di stare nei luoghi con più serrature e porte al mondo, anche se ad aprirle non sei mai tu che ci abiti, ma qualcuno che le apre al posto tuo, a volte per anni, altre volte per tutta la vita.
Il progetto FinePenaMai sta dunque prendendo corpo e presto diventerà un libro di poesie e fotografie (i cui diritti d’autore saranno dedicati proprio al condannato a morte nativo americano, Fernando Caro), una mostra fotografica itinerante e iniziative multimediali su tutto il territorio italiano, con una particolare attenzione agli istituti scolastici di ogni ordine e grado.
Quasi s’accende un lumicino di speranza quando racconto ai detenuti che il carcere non è un’istituzione necessaria, inevitabile e non è vero che sia nata assieme all’essere umano e che da esso sia parte inscindibile. Ci sono invece popoli e culture che non solo non prevedevano prigioni nelle loro organizzazioni sociali, ma non avevano nemmeno le parole per definirle, poiché per essi la prigionia non esisteva neanche nella sfera concettuale: “Storici e antropologi hanno scavato la terra del nostro paese per scoprire la storia dell’emisfero occidentale” – ricordava Philip Deere, indiano della tribù Muskogee-Creek – “ma non hanno trovato prigioni. Non hanno trovato penitenziari. Non hanno trovato manicomi”. A rafforzare questo concetto, Cervo Zoppo, nel libro Sai che gli alberi parlano, scriveva: “Prima che arrivassero i nostri fratelli bianchi per fare di noi degli uomini civilizzati non avevamo alcun tipo di prigione. Per questo motivo non avevamo nemmeno un delinquente”.

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