Cinque domande a Riccardo Guasco

ZeroSismico incontra Riccardo Guasco

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L’illustrazione, il personaggio o il progetto a cui sei particolarmente legato?

Cerco di non affezionarmi mai a nessuna illustrazione mia, mentre mi innamoro spesso di quelle di altri, dalle grandi della storia a quelle di colleghi e amici. Stessa cosa per i personaggi o gli artisti che vanno e vengono dal mio grande libro delle ispirazioni. Per i progetti invece sono particolarmente affezionato a due realtà che ho visto nascere in questi ultimi anni e che mi vedono in parte coinvolto: Inchiostro Festival e Associazione Illustri.

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I tre illustratori/autori che ami di più?

Cassandre, Depero, Savignac. E’ restrittivo lo so, ce ne sono tantissimi altri nel passato e altrettanti nel presente e una buona squadra si fa con 6/11 persone, loro sono artisti da cui ho preso spesso l’eleganza delle linee, la duttilità nella professione e l’ironia.

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Lo strumento principale del tuo lavoro…?

Posso dire romanticamente la matita, anche se è solo la “punta” di una piramide creativa fatta di strumenti digitali e analogici che sarebbe stupido non usare o fare confronti. Diciamo che tutto parte da una matita con le prime bozze e idee, successivamente quasi sempre il lavoro finisce su computer attraverso una tavoletta grafica e qualche software per ovvie motivazioni legate alla velocità e rapidità di correzione, altre volte su tela con acrilici, ultimamente in botteghe d’arte per diventare litografia o serigrafia.

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Il libro (o l’autore) che ha segnato maggiormente il tuo percorso?

Ce ne sono molti, così su due piedi ti direi “Fantasia” di Bruno Munari o “I diari di Keith Haring”..hai detto uno? Per esempio “Don Chisciotte” nella versione con quasi 200 illustrazioni di Gustave Dorè. (Non l’ho finito di leggere perché mi perdevo nelle illustrazioni)

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Com’è il tuo ambiente di lavoro (ideale o reale)?

Uno studio abbastanza ordinato, caldo, con tavolo in legno scuro, una lampada stile pixar salterina ma vecchia, una sedia bianca, barattoli e vasetti in vetro per pennelli e colori, un cavalletto per le tele anche se dipingo sul tavolo, un portatile per i lavori. 
Un posto molto tranquillo e silenzioso.
Per un anno ho vissuto a Cardiff in Galles, anche per vedere se cambiare ambiente e “poter lavorare ovunque” era davvero un vantaggio come si sente sempre dire ad un illustratore. Si, si può lavorare ovunque a patto che quell’”ovunque” sia sempre lo stesso, un posto dove ti senti a casa e dove ti fermi e ripensi a tutto quello che hai visto negli altri “ovunque”. 

 

 

Photo by: Lorenzo Cattoni – Graffiti.it

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